#58

Sono tempi rapidi in cui tutto è istantaneo, fulmineo, il messaggio deve arrivare forte e chiaro col minor numero di parole possibile, le persone hanno fretta e non possono stare a sentire te che ci metti decine di secondi a esprimere un concetto.
Molti studiosi delle cose rapide sono concordi: anche la lingua in cui vengono espresse le cose sta cambiando. Anzi, è già cambiata. Secondo uno stimato professore di una cittadina di provincia i giovani hanno smesso da tempo di coniugare i verbi, e il prossimo passo sarà smettere di usare preposizioni e articoli. Alla nostra domanda sulla sorte degli aggettivi il professore, sconsolato, ha risposto così: «Per i giovani gli aggettivi sono inutili e ampollosi, oltreché violenti e arbitrari. E hanno ragione. Chi siamo noi per arrogarci il diritto di descrivere le cose?»
Ci siamo recati in un hard discount in cerca di giovani da intervistare. Li abbiamo trovati alle prese con dei pacchetti di patatine intrisi d’olio.
«Vi piace quella marca?»
«Comprare.»
«Ma la qualità è buona?»
Il giovane fa il gesto del pollice alzato mentre la sua amica, indispettita, interviene con decisione: «Volere.»
Alla cassa troviamo un’altra persona giovane che conta i prodotti mentre scansiona i codici a barre. Proviamo a chiederle cosa pensa del suo lavoro.
«Comprare?»
«Siamo giornalisti. Possiamo chiederle cosa pensa del suo lavoro? Le dà soddisfazione?»
«#mortenelcuore» dichiara la persona, facendo il segno dell’hashtag con le dita.
Qual è il destino della nostra ricca lingua, la stessa di Dante, Petrarca e Bonolis? È davvero ineluttabile questo passaggio alla semplicità? Quali benefici trarremo dalla sintesi? Qual è il destino del giornalismo di approfondimento in questa era di cose rapide?
Veniamo scortati fuori dall’hard discount dal responsabile del banco del pesce.
«Lei cosa vede nel suo futuro?»
«Pesce? Dentro. No pesce? Fuori.»
«Ma i politici?»

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