#34

Da sempre destinazione di gite fuori porta, oggi la città ha anche delle strutture che la avvicinano a una realtà metropolitana (il supermercato, il parcheggio coperto, il cinema multisala). Il verde dei campi che abbraccia il centro storico, denso di rappresentazioni artistiche sacre, continua a essere una meta apprezzata dai turisti dalla grande città; non di rado si possono notare famiglie che fanno pic-nic o anziani afflitti da Alzheimer (ma non necessariamente: alcuni anziani, infatti, non ne sono afflitti) che passeggiano tra gli alberi lungo i viali sterrati.
La ristorazione locale si basa soprattutto su prodotti genuini e artigianali: ottimi i salumi, buoni i formaggi. Una curiosità: nessuno in città ha mai mangiato un kebab. Di qui il caratteristico stemma cittadino: un kebab con una decoratissima croce rossa sopra, tra ghirigori, fregi e foglie d’alloro volanti.
L’offerta alberghiera: dalle tipiche pensioni a basso costo, gestite da autoctoni di statura medio-bassa, carnagione olivastra e con fedina penale spesso non immacolata, fino ai più lussuosi relais dotati di ogni comfort (televisore Mivar 14″ in ogni stanza, frigobar con bibite frizzanti, tende anti-luce davanti alle finestre).
Non lasciatevi ingannare dal cartello stradale crivellato dai proiettili, la cittadina ha uno dei tassi di criminalità più bassi nel raggio di cinque chilometri, inoltre è ancora in perfetto equilibrio tra la vicinanza con la grande città e le spese contenute, soprattutto nei weekend; sempre che non preferiate restare a casa o non abbiate problemi con le vostre automobili.

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#33

Il nuovo disco è un addio alle sonorità elettro-punk con una chiara sterzata verso il trip-hop, il jungle e l’utilizzo di strumenti non amplificati.
Già osannato dai critici d’Albione come “Il disco più importante di questa confusa settimana di primavera”, l’atteso nuovo lavoro del gruppo è stato preceduto dalle notizie controverse che provenivano dallo studio di registrazione. Ai tweet “ufficiali” dei membri della band si contrapponevano le discussioni sui forum dei fan, che discutevano circa una parola postata su Facebook dal cantante: “sciogliersi”.
Una seguace del gruppo di dodici anni ha fatto notare in un commento: “Sciogliersi può anche essere un riferimento poetico agli acidi. Loro ne fanno un uso costante perché sono dei fighi da paura, si ispirano così, magari è un omaggio alle pasticche!”
Ma le chiacchiere sono state messe a tacere dall’uscita del nuovo LP, che rappresenta un momento di raggiunta maturità per il gruppo.
La prima traccia è un chiaro omaggio alle band a cui si sono ispirati fin dall’inizio; già dal secondo brano, invece, diventa chiara la svolta stilistica del monicker, con atmosfera e sonorità riconducibili all’underground degli anni ’90 e ’00.
La title-track rappresenta il momento più alto del disco: affascinante l’indiscrezione (mai confermata ufficialmente) che durante il solo della chitarra (che inizia a 5’32” e termina a 11’18”) sia stato implementato l’uso di una banana.
Lo strumentale di chiusura è un piccolo gioiello di tecnica e di inventiva, un insieme indefinito di emozioni compresse in 12 secondi e rotti che evocano reminiscenze quasi ottocentesche ma con tutta la verve della musica moderna.
“Siamo stati pionieri di un certo tipo di roba in ogni album. Stavolta vogliamo diventare i banditi che assaltano la diligenza e che fanno svalvolare di brutto i nuovi pionieri.”
Questo il colorito commento del batterista, che ha anche annunciato che il tour partirà il prossimo settembre e terminerà solo quando verranno completate tutte le date previste.
Insomma, dopo tanta attesa non fatevi sfuggire il nuovo disco; se invece avete gusti musicali diversi, potrete sintonizzarvi di tanto in tanto sulle principali stazioni radiofoniche aspettando di ascoltare brani di artisti diversi che potrebbero piacervi.
Viva la musica.

#32

– Lei lavora qui?
– Direi di sì, Lei che dice?
– Quali prodotti compra la gente?
– Come?
– Quali prodotti compra la gente?
– Ma in che senso, scusi?
– Quali prodotti compra la gente?
– …
– Ha capito la domanda? Quali prodotti compra la gente?
– Guardi, c’è fila… non ho tempo…
– Allora chiedo alla signora. Lei quali prodotti compra?
– Ho preso il tris di verdure grigliate.
– Dove l’ha preso?
– Tra i surgelati.
– Com’è?
– Buono… non è male.
– Perché lo compra qui?
– Perché costa meno. E chi se lo può più permettere il supermercato normale?
– Dunque Lei è povera?
– Ah ah ah ah!
– Lei è povera?
– Un po’ più di prima, forse, ma povera povera ancora no…
– E Lei, signore?
Coza?
– Lei è povero?
– Scusi, guardi, c’è fila. Se può mettersi fuori a fare le domande… grazie…
– Un momento. Dicevamo: Lei è povero?
Coza?
– Il signore è rumeno, non La capisce. Può andarsene o devo chiamare il Direttore?
– Signore, Lei è rumeno?
– No, no.
– Lei è bielorusso?
– Sono di Ucraina.
– Lei è povero?
Coza?
– Guardi, deve andarsene.
– Signor Direttore, Lei è povero?
– Sì, come no, esca fuori adesso, per favore.
– Signori, siete poveri? Rispondete.
– Fuori. Vada fuori, grazie.
– Siete poveri o no?
– Ecco, da quella parte, grazie.
– Arrivederci.

#31

Questa è una storia vera. È successa a un mio amico che si chiama Tiziano.
Tiziano lo conobbi un paio di anni fa a una festa-raduno per fan de i Statuerq, una di quelle feste in cui non si fa che parlare della musica de i Statuerq, succhiando cubetti di ghiaccio e lanciando osanna rituali al Defunto Re Eschimese. Nel corso di quella festa io e Tiziano ci ritrovammo uno contro l’altro in una sfida di equilibrio su lastra di ghiaccio che avevano organizzato sul terrazzo della casa. Fu così che ci conoscemmo. Dopo la sfida, vinta da me e persa da Tiziano, ci mettemmo a chiacchierare. Scoprii in quell’occasione che la passione di Tiziano per i Statuerq era grande almeno quanto la mia. Non avevo mai conosciuto qualcuno così ferrato su vita, morte e miracoli de i Statuerq. Addirittura, mi impressionò la perizia con cui Tiziano fu capace di descrivermi i particolari dell’infanzia di Stu Patzak, il chitarrista de i Statuerq: sembrava che l’avesse conosciuto di persona.
A causa di questa passione per i Statuerq, io e Tiziano diventammo subito molto amici e incominciammo a frequentarci abitualmente. Di solito andavo io a casa sua; qui, chiusi nella sua cameretta ascoltavamo i dischi de i Statuerq, succhiando cubetti di ghiaccio e lanciando osanna rituali al Defunto Re Eschimese.

La storia inizia nel maggio del 2003 quando, grazie all’intercessione di un suo cugino – un tizio piuttosto addentro ai meccanismi occulti dell’industria discografica – Tiziano riuscì a procurarsi l’unico biglietto per l’ultima tappa del “Concerto Per Una Persona – i Statuerq tour” che si sarebbe tenuto a Roma in luglio.
Confesso che lo invidiai molto. Come avrei voluto andarci io al suo posto! Come avrei voluto possedere io quel rettangolo di carta con la foto de i Statuerq stampata su! Come avrei voluto essere io l’unico spettatore davanti a i Statuerq nell’imperturbabilità di una cella frigorifera! Questa specie di invidia, comunque, non mi impedì di continuarlo a frequentare. Anzi, in quei due mesi che precedettero il concerto io e Tiziano passammo ancora più tempo insieme. Ci vedevamo praticamente tutti i giorni. Parlavamo de i Statuerq, dei pezzi de i Statuerq che ci piacevano di più e di come sarebbe stato il concerto.
“Certamente bellissimo”, dicevo io.
“Eterno”, ripeteva sempre Tiziano.
Poi venne il 21 luglio, il giorno del concerto, che non poteva essere un giorno normale per Tiziano, cioè un giorno scandito da ore normali. La musica de i Statuerq aveva trasformato la sua vita e Tiziano non riusciva a fare altro che pensare al concerto, convinto che anche quello avrebbe trasformato la sua vita. Pensava a cosa sarebbe successo. Alla melodia metallica e al ghiaccio estremo. Al sangue elettrico che sarebbe sgorgato sotto forma di riff.
Alle sei del pomeriggio di quel 21 luglio, Tiziano mi telefonò riferendomi che, nell’ansia dell’attesa, si era messo a scavare sotto macerie di oggetti morti e fogli spiegazzati e cavi nei cassetti del mobile nella sua stanza per trovare un vecchio registratore a cassetta che non usava più dai tempi della scuola. L’idea era di portarlo con sé per registrare la musica de i Statuerq. Per avere la testimonianza sonora di un concerto storico, per poter riascoltare quel concerto un miliardo di volte fino al prolasso del condotto uditivo, mi disse, ma in realtà, Tiziano aveva accarezzato anche un’altra idea e cioè quella di rivendere la cassetta a qualche produttore di registrazioni illegali. Sapeva che una cosa del genere lo avrebbe potuto rendere ricco (per espressa volontà del gruppo non esisteva in circolazione nessuna registrazione live di un concerto de i Statuerq), ma quell’idea cercava di scacciarla, perché, così mi disse, registrare e vendere illegalmente un concerto de i Statuerq non era una cosa che avrebbe reso i Statuerq stessi felici e lui, in qualche modo, sentiva di non poterli tradire, soprattutto se pensava a quanto i Statuerq avevano fatto per la sua vita.
Trovò il registratore sotto una pila di quaderni dimenticati, quaderni in cui, alla fine era riuscito a ricordarlo, aveva trascritto parole d’amore, d’immensa solitudine, di silenzio trascorso osservando i palazzi del suo comprensorio. Erano i quaderni degli anni bui, quaderni di parole che non avrebbe più avuto senso leggere. Decise di buttarli nell’immondizia, poi infilò nel registratore un paio di pile nuove e una cassetta vergine per testarne il funzionamento.
“Prova, prova”, disse.
“Prova…, i Statuerq stasera in concerto, 21 luglio 2004”.
Quindi mandò indietro il nastro e lo riascoltò.
“Prova, prova…, prova…, i Statuerq stasera in concerto, 21 luglio 2004”.
Il registratore funzionava ancora.
Tiziano mi disse che trascorse il tempo che restava ascoltando tutti i dischi de i Statuerq. Di quei dischi conosceva ogni piega, ogni anfratto, ogni nota fantasma, eppure la musica continuava a fare effetto, trasportandolo nell’unico luogo in cui desiderava esistere. “Piano Coiri”, fu l’ultimo atto di quel pomeriggio di attesa. Alzò la manopola del volume e lasciò che la vibrazioni frattaliche della chitarra di Stu Patzak si spiattellassero sulle pareti ricoprendo la sua stanza di lamine di ghiaccio tagliente. Si lanciò alla volta dello Spazio Estatico de i Statuerq per farsi inglobare dall’energia metallica. Aspettò fino a che le corde di rame non si sostituirono alle vene e alle arterie interrompendo la circolazione del sangue.
Quando “Piano Coiri” finì di girare nel lettore, Tiziano infilò una maglietta, prese il registratore e uscì di casa esalando un “ciao” verso i suoi genitori che stavano cenando e che, come al solito, sgranarono gli occhi senza rispondergli.
Naturalmente Tiziano trovò la cella frigorifera dove si teneva il concerto vuota – il concerto era solo per lui – ma il ghiaccio era ovunque. Ricopriva il pavimento, il soffitto e le pareti. Un grosso blocco di ghiaccio era stato usato per formare il palco. I video venivano proiettati su una sottile lastra di ghiaccio che rifletteva le immagini restituendo una nitidezza impressionante. Ricordo che Tiziano usò proprio questa parola: impressionante.
Erano immagini di autostrade ghiacciate che si fondevano sulla linea dell’orizzonte in un unico punto che emanava fiotti di luce bianca; e di martelli pneumatici spinti nella coltre di ghiaccio di una pianura antartica; e di alberi arancioni scalati da corpi sanguinanti che si trasformavano in pietre ghiacciate; e ancora di peni e vagine ricoperti da strati e strati di ghiaccio.
Quando il buio calò sulla cella, Tiziano, nonostante lo stordimento in cui le immagini lo avevano precipitato, ebbe la prontezza di schiacciare il REC sul registratore che aveva infilato nella tasca dei jeans.
Stu Patzak con la sua chitarra ossificata fu il primo a presentarsi sul palco. Poi, a uno a uno, lo seguirono gli altri, l’ultimo, Gustav Tardelli, il batterista, indossava un cappotto di pelliccia di cane.
Quello che successe da questo momento fino alla fine del concerto è avvolto nelle tenebre del vuoto mentale di Tiziano che, a quanto mi disse, sapeva di essere stato l’unico spettatore del concerto, l’unico ascoltatore della musica viva de i Statuerq in quell’ultima tappa del “Concerto Per Una Persona – i Statuerq tour”, ma, se si sforzava di ricordare, non era la musica de i Statuerq a tornargli in mente, né il ghiaccio, né le immagini proiettate sulla lastra. Ciò che ricordava Tiziano di quell’intervallo di tempo era aver galleggiato al buio in una sorta di liquido denso e trasparente, legato all’ombelico con filo di carne rosa che lo collegava a una protuberanza spugnosa. Ricordava di aver toccato le pareti di quel luogo in cui era contenuto trovandole piacevolmente morbide. Ricordava di aver visto una luce in lontananza, come uno spiraglio in fondo a un tunnel. Ricordava di essere stato spinto verso la luce da una forza, che gli era sembrata come la corrente di un fiume in piena. Ricordava, infine, di essere uscito alla luce, afferrato dalle mani di un uomo in camice verde con il volto coperto da una maschera antigas, che emetteva urla strazianti e spaventose.
Questa è una storia vera, e non lo dico per dire. È la storia di Tiziano per come lui me l’ha raccontata. E continua…
Quando aprì gli occhi, Tiziano si rese conto che il concerto era finito. La musica era finita. Le immagini erano finite. Il ghiaccio si stava sciogliendo. L’uomo in camice verde con la maschera antigas esisteva davvero, invece. Era chino su di lui, che si ritrovava steso sul pavimento ghiacciato della cella frigorifera, e lo stava perquisendo. Gli stava dicendo: “Dammi il registratore, bastardo, dammelo o ti ammazzo”, con un tono di voce che metteva i brividi.
A quel punto, Tiziano non sapeva cosa fare: se dare il registratore con il bootleg de i Statuerq all’uomo con il camice verde e la maschera antigas, o tentare di resistere, o ancora scappare. Ci pensò su un attimo e poi decise che non gliel’avrebbe mai dato quel registratore, soprattutto perché non ricordava assolutamente niente del concerto e quella era l’unica prova che i Statuerq, quella sera, avevano suonato per lui.
“Vaffanculo stronzo…”, disse Tiziano all’uomo con il camice verde e la maschera antigas. “Non ho nessun registratore del cazzo”, disse ancora.
Si alzò in piedi, fintò un balzo sulla destra e si spostò a sinistra, colpendo con una gomitata l’uomo col camice verde e la maschera antigas preso alla sprovvista dalla rapidità dei suoi movimenti.
Per sua fortuna, nella fuga, riuscì a trovare subito l’uscita di sicurezza, decise di non prendere quella principale perché era sicuro che lì avrebbe trovato la security. E sbucò fuori, in strada. In un angolo remoto della Tuscolana. Qui iniziò a correre, seguito dalla sua ombra che si allungava sull’asfalto, cosa che lo rassicurava dandogli l’impressione di non essere solo. Mi disse che percorse chilometri e chilometri tirando dritto sulla Tuscolana, combattendo contro il suo stesso affanno, attraversando semafori lampeggianti, costeggiando insegne spente, tapparelle abbassate, carcasse di automobili levigate dal vento.
Alla fine arrivò a casa.
Era sudato, stanco, con un dolore acuto che gli premeva sullo sterno.
Lentamente riuscì a riprendersi. Si sorbì una tazza di latte freddo e zuccherato colma di corn flakes. Si sciacquò la faccia. Infilò il pigiama. E, finalmente, si mise seduto alla scrivania, col registratore tra le mani.
Mandò indietro la cassetta. Poi pigiò il tasto PLAY.
All’iniziò non sentì nessun rumore, ma era naturale, aveva premuto il REC un po’ prima che i Statuerq salissero sul palco. Allora mandò avanti pigiando contemporaneamente il tasto PLAY e il tasto FWD. Ancora silenzio, ma poi questo silenzio si trasformò in suono. Un suono riflesso in un’eco infinita.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Tiziano smise di premere il tasto FWD e lasciò andare solo il tasto PLAY.
Ancora silenzio.
Allora pigiò di nuovo il tasto FWD.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Poi lasciò andare solo il tasto PLAY, ma in risposta ebbe sempre quel fruscio vuoto e insopportabile. Decise di tentarle tutte. Decise di premere contemporaneamente il PLAY e il REWIND. E il suono si fece sentire.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Il REWIND e il FWD. Con lo stesso effetto.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Il PLAY, il REWIND e il FWD tutti insieme.
A quel punto la cassetta lanciò uno stridio sinistro. Tiziano vide il nastro attorcigliarsi su se stesso in una spirale inarrestabile, e poi spezzarsi.
L’avrebbe riparata. A costo di perderci anche un anno della sua vita. Cacciò la cassetta dal registratore e la guardò in controluce. Proprio in quel momento avvertì un prurito fastidioso sul cuoio capelluto.
Si grattò con la mano libera.
Ma il prurito non passava.
Era così insistente, mi disse Tiziano, così cattivo.
Continuò a grattarsi con tutte e due le mani, graffiando la carne con le unghie. Poi si frizionò il cuoio capelluto e si ravviò i capelli. Fu allora che apparvero i vermi. Prima uno che gli cadde sulla gamba, poi cinque, dieci, venti, trenta minuscoli vermiciattoli bianchi che rotolarono da ogni parte. Presto Tiziano si rese conto che i vermi stavano cadendo dal suo cuoio capelluto. Infatti, continuava a grattarsi e a frizionarsi e i vermi continuavano a cadere giù, come scaglie di forfora. Il ripiano della scrivania si ricoprì di quegli esseri. E anche il pavimento sotto la sedia dove Tiziano era seduto. E il pigiama.
A un certo punto, preso da un moto di disgusto, Tiziano corse in bagno. Si spogliò nudo. Appallottolò il pigiama pieno di vermi, lo buttò nel water e tirò lo scarico. Quindi si infilò nella doccia e aprì il rubinetto dell’acqua calda.
“Solo che l’acqua calda non usciva”, mi disse Tiziano. “Anzi, a dire il vero, non usciva proprio acqua”, mi disse.
In pratica, invece della fuoriuscita dell’acqua, l’apertura del rubinetto provocò la fuoriuscita del suono che Tiziano aveva ascoltato sulla cassetta dove aveva registrato il concerto de i Statuerq e cioè: “Aaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Tiziano chiuse il rubinetto dell’acqua calda e il suono s’interruppe, poi aprì quello della fredda e il suono ricominciò a suonare.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Il prurito, nel frattempo aumentava. I vermi scivolavano giù spiaccicandosi sul piatto doccia. Tiziano si sentiva disperato, gli sembrava un incubo e invece era vero. Tutto quello che gli stava succedendo, stava succedendo veramente.
Chiuse il rubinetto per spegnere il suono.
Cercò di trovare una soluzione. E fu in quel momento che il ghiaccio gli andò in aiuto. Tiziano pensò, infatti, che il ghiaccio era l’ultimo, estremo rimedio che gli era rimasto. Si diresse in cucina aprì il freezer e ci infilò la testa dentro, trovando nella temperatura sotto zero un sollievo immediato. Il prurito cessò. I vermi caddero tutti ai suoi piedi, anche se ora non sembravano vermi, piuttosto palline di brina.
Ma non è finita qui la storia di Tiziano, il meglio o il peggio, a seconda dei punti di vista, deve ancora venire.
Quando fece per uscire dal freezer, Tiziano scoprì che il cuoio capelluto era rimasto incollato al ghiaccio. Non riusciva a staccarsi. Fece dei tentativi, provò a dare degli strattoni, ma niente, solo un dolore fortissimo come se qualcuno gli stesse tirando i capelli.
Gridò “aiuto, aiuto”, ma i genitori stavano dormendo e non si svegliarono.
Allungò un braccio e aprì il cassetto delle posate. Stirando le dita, riuscì a prendere quello che gli serviva: il coltello che suo padre usava per tagliare il salame. Si fece forza, lo impugnò e iniziò a tagliare. Gli sembrava di non avere altra scelta.
Poi i genitori si svegliarono e lo portarono all’ospedale. Tornato a casa, qualche giorno dopo, la prima cosa che fece fu quella di buttare la cassetta nell’immondizia, senza nemmeno provare a riaggiustarla.
Ora Tiziano vive con un casco integrale sempre piantato in testa, anche quando dorme, un casco che impedisce la fuoriuscita di materia celebrale. Inoltre ha proibito alla madre di buttare il suo scalpo, che è rimasto nel freezer da allora, dice che può essere che un giorno glielo riattaccano.
Io e Tiziano non ci vediamo più come un tempo, Tiziano è molto diverso ora, ora non ascolta più i dischi de i Statuerq. Le poche volte che vado a trovarlo lui mi invita sempre a osservare il suo scalpo congelato nel freezer. Vorrebbe che stessimo lì a guardare quel pezzo di carne ghiacciata ricoperta di capelli chissà per quanto tempo, ma a me dà fastidio e mi allontano, cambio discorso, cerco di trascinarlo in camera sua. Ma lui non si fa trascinare, lui sta lì davanti al freezer aperto a dire che se è così è per colpa de i Statuerq.
Io da parte mia i Statuerq continuo ad ascoltarli, non mi faccio spaventare da quello che è successo a Tiziano. I Statuerq sono sempre il mio gruppo preferito.

#30

Gentile Lettore,
la Sua è solo una di molte domande relative alla cura delle piante che arrivano quotidianamente alla nostra Redazione. Si gestisce meglio un’ortensia o una gardenia? È più colorato il ciclamino o il gelsomino? La magnolia è troppo profumata?
Queste sono solo alcune delle domande che la gente si pone quando decide di popolare il proprio terrazzino affacciato su una giungla di cemento. La frequenza con cui si innaffia è importante perché spesso il lavoro e gli impegni non permettono di essere costanti (elemento indispensabile per il giardinaggio), ed è anche molto probabile che ci si dimentichi di farlo, a meno che non si abbia un/una partner casalingo/a o che si sia dei disoccupati o molto indolenti.
“Ci sono giorni che non ho davvero voglia di fare un cazzo di niente quindi sto a casa a grattarmi,” ci ha confessato col sorriso birichino una signora nella sala d’attesa del dermatologo.
Nella maggior parte dei negozi che vendono piante la crisi sembra solo un’ombra; il mercato dei fiori non ha risentito degli alti e bassi delle Borse (NASDAQ e MIBTEL vi dicono qualcosa?), e la gente continua imperterrita a scatenare vere e proprie guerre di balcone a suon di begonie e di violette.
Una gentile signora di circa ottant’anni ci ha riferito che per lei è importante scegliere piante che si possano sfruttare anche per fini culinari: “Il rosmarino ha un buon odore, e d’estate tiene lontane le zanzare. Io lo metto sempre sulle patate ma a volte anche sulla pasta.”
Emblematico il caso della coppia non sposata che cercò disperatamente di far crescere una sequoia nel giardino pensile di via Mario Broglio, terminato con l’intervento dei vigili del fuoco.
Terrazzi, balconi, ma anche piccole verande affacciate all’interno dei palazzi; si possono vedere dei gelsomini sbucare accanto all’ingresso di un seminterrato. “A noi è sempre piaciuta la magnolia, ci sembra di avere un piccolo giardino cresciuto nel cemento,” pare che qualcuno abbia detto ieri.
Dunque, per rispondere infine alla Sua domanda, gentile Lettore, la scelta ideale per il suo monolocale seminterrato nell’estrema periferia è sicuramente un vasetto di basilico. Se dovesse morire, come spesso capita alle forme di vita, potrà procurarsi una nuova piantina al supermercato o da Ikea. Tra l’altro per una spassosa coincidenza “basilico” in svedese si dice “basilika”.

#29

Il famoso World Wide Web è una grande rete che tiene in connessione tra di loro persone altrimenti sole. Attraverso di esso è possibile venire a conoscenza di fatti, come per esempio date di guerre o date di nascita e morte di individui famosi difficili da ricordare a memoria. Per cercare le cose è possibile utilizzare uno strumento apposito denominato dagli scienziati “motore di ricerca”. Il “motore di ricerca” funziona così: in uno spazio bianco che di solito c’è si scrive ciò che si vuole ricercare e poi si cerca. Oggi come oggi i tempi di attesa sono molto brevi, quasi istantanei grazie alla fibra ottica inventata dalla tecnologia, ma alcuni anni fa era diverso e le persone aspettavano. Il World Wide Web (cfr. Internet) è gratis, tranne che nel caso di servizi a pagamento come la pornografia zoofila o l’acquisto di oggetti con un prezzo. Molto interessante anche la possibilità di guardare video direttamente online cliccando.
Sul World Wide Web i siti più famosi sono quelli più visitati, mentre un miliardo di altri siti non visitati da nessuno non sono tanto conosciuti. Secondo un recente sondaggio quasi tutto il mondo usa Internet (cfr. World Wide Web).
“Lo uso”, ha confermato una persona caucasica.
Il 69% dei genitori crede che il World Wide Web sia uno strumento importante per i figli a patto che la navigazione sia controllata da un adulto come per esempio un padre (o una madre).
“Ieri ho guardato un sito di macchine”, ha rivelato un aspirante notaio alle prese col praticantato da suo zio.
Attraverso Internet è possibile anche incontrarsi o parlare, a patto che lo si desideri.
Buona navigazione sul World Wide Web a tutti.

#28

Quando vi dicono che le donne sono strane e complicate e chi le capisce è bravo, meglio se alzate i tacchi e venite da me, dal vostro D’Annunzio. Ve le spiego io, le donne. Queste creature semplici che manovro come marionette hanno poco più da insegnare sulla natura umana di una roccia. Eppure non sono rocce, o non ci piacerebbero così tanto. Dico bene? Certo che dico bene, ma dipende dai gusti – direte voi, pervertiti.
Qualche tempo fa un amico mi prende sottobraccio e mi fa “Ti devo parlare”. Gli dico “Certo fratello, ma leva quel braccio”. Lui mi fa “C’è una tipa che mi sta facendo perdere la testa, mi serve il tuo consiglio”. E io “Chiaro, dimmi tutto. Però prima togli il braccio”. Stiamo camminando in una via piena di gnocca, tutte in minigonna pure se è febbraio (siamo a Milano), vedo i capezzoli che spuntano turgidi da quei toppini attillati e penso “Quale farò mia stamattina?”. Il mio amico continua “Siamo andati a cena fuori due volte – locale fico, bella atmosfera, cocktail di scampi eccetera, no?” A quel punto lo interrompo: “Trovato l’errore: non te la dà per il cocktail di scampi. Mica siamo negli anni Ottanta” gli dico, provando a scrostarmi quel braccio di dosso. Poi aggiungo “Ti ho detto togli questo cazzo di braccio”. E lui, con lo sguardo perso nel vuoto, “Aaaah… era per gli scampi…” Intanto una tipa mi lancia un sorriso, mentre la presa del mio amico è sempre più stretta. Mi abbasso gli occhiali da sole e con la mano libera faccio tintinnare verso di lei le monetine che ho in tasca. “E che dovevamo prendere come aperitivo?” mi domanda l’amico. “Ora mi chiedi troppo,” gli faccio io. “D’Annunzio ti trova il problema, ma la soluzione sono affari tuoi” concludo, e faccio per allontanarmi verso la tipa in canottiera e shortini da corsa, ma l’amico mi sta ancora aggrappato al braccio. Mentre la tipa si allontana mi rialzo i Persol in testa e guardo l’amico dritto negli occhi: “Stai facendo perdere un’occasione a D’Annunzio. Ora gli devi una cena. Da solo”. Perché D’Annunzio conosce il valore delle cose. E quando parla di sé in terza persona, sai che sta facendo sul serio e devi togliergli di dosso quel braccio focomelico di merda.
Quante cose vi insegna D’Annunzio, amici lettori. Alla prossima settimana.